L'Empire à la fin de la décadence
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martedì, 10 novembre 2009
Nebbia commenti
sul ponte
spire di fine bianca
volevo fermarmi
osservare quel mondo sospeso.
ma non si può
(però ho rallentato)


vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 19:59
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giovedì, 05 novembre 2009
attenzione perché al prossimo bacio sputo commenti
Mi baciava;
morbido e compatto
come silicone.
Era il primo e l'ultimo bacio;
come un trauma
mi penetrava l'umore
senza lingue trivelle.
Mi piaci, questo è il guaio.
Ma avrei dovuto dirti
che la pasta era scotta.


vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 16:20
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giovedì, 22 ottobre 2009
commenti
La dimensione del niente
è ciò che più spesso si sente
nell'osservare l'andare inconsapevolmente stanco
di turbini di ossa e muscoli
chiusi in fasce di derma
che ne delimitano i pensieri.
Piccoli
e inutili


vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 13:39
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venerdì, 11 settembre 2009
commenti
nuvole rosa,
odio colori finti;
sporcan il vero.


vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 11:04
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martedì, 18 agosto 2009
commenti
Estate
uguale attimo
perdo tempo ogni giorno
perdo giorni da tempo
ma oramai non li sento
ho perso il tempo perso
e sto bene
sono una regina
carezzo la mia ghirlanda
noncurante della rivoluzione.


vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 14:24
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domenica, 09 agosto 2009
Spreco commenti
Butto via
ogni giorno
come inseguendo quello successivo.
Ma prima o poi
dovranno finire


vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 20:09
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mercoledì, 15 luglio 2009
Tentativo commenti
Una falena sotto il lampione
illumina le ragnatele.
Fumo
scorgo il silenzio sotto la notte:
è un lontano televisore.
Danza la gialla farfalla fatta di luce;
spalanco le fauci
M'alleno
a versar fumo svegliando il desìo.
E osservo la luna;
mezza
è l'ultima fetta di un acre limone
poche gocce le stelle.

Scivola un ragno infuocato
lungo un filo, sotto il lampione.
Non c'è la falena
tutto è innocuo
ma potrebbe divenir pensiero.


vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 02:26
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martedì, 14 luglio 2009
Vuoti commenti
Al di qua di alberi e prati
fissare vuoti cosmici
al parco d'estate


vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 23:26
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venerdì, 03 luglio 2009
Fadeout commenti
Voglio scomparire
smettere di suscitare
smorfie e parodie
voglio sbriciolarmi
in fiocchi di neve calda
e bruciare l'esistenza che mi esiste intorno
voglio peggiorare
dire al mondo che non so campare
voglio che mi pestiate
mi appiccicherò
morto
ai vostri sandali sporchi
non sarò più strano
solo appiccicoso


vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 17:23
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domenica, 21 giugno 2009
Giardino senza titolo commenti
Disintossicarmi del mondo
per abituarmi a me.
Crescono
nella mia vasca da bagno
rose.
Le annuso
mi tuffo
mi pungo e rimango
le gelide spine nella carne il mio letto
sorrido e rimango
ancora un po' con me stesso.


vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 04:10
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martedì, 26 maggio 2009
commenti
Sole caldo
spalmami d'ammoniaca gialla
bruciami ancora, fottimi
godo come una puttana stanca
insaziabile, svanisco
- sfinisco -
nel sudore infinito
di questo amplesso triste.


vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 21:09
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sabato, 09 maggio 2009
ノーヤ commenti
s'annoda la noia che m'annoia
come intestino
è tutto lardo intorno
e se non torno
è il porno quando l'ardore è zero
e come l'intestino produce merda


vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 23:41
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sabato, 02 maggio 2009
Calendario - 2 maggio commenti
I rami degli alberi si spogliano dei desideri appesivi, bruciando per autocombustione; ci si abbandona a pensieri poco felici, l'incubo avuto durante la notte non aiuta. Venti da ogni direzione si confondono e si annullano: stasi. Si vaga in pigiama, sistemandosi le palle, sbadigliando ancora, e ancora, e ancora, come ogni giorno, ormai è inutile il calendario. Ma ci si sforza, si canta davanti allo specchio, fra i tratti somatici che fluttuano come strade d'estate negli occhi ancora stanchi e incapaci di mettere a fuoco; e il sorriso alla fine sembra quasi farsi vivo. Poi si decide di lasciarlo lì, dietro i denti, pronto a uscire appena la giornata dovesse rivelare qualcosa di piacevole. Un gelato, l'amore, la morte.

vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 12:24
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venerdì, 01 maggio 2009
Il mondo non si ferma mai. commenti
Strada infinita, uguale, gremita, vuota
d'intonaco in briciole, da mura crollate
cammina per sempre e non arrivare mai:
anche la libertà è prigione.


vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 14:55
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venerdì, 10 aprile 2009
Mors mea, vita mea commenti
Spirali di disgusto nel mio stomaco di fango,
quando ti guardo negli occhi e il mediocre mi acceca,
batte i miei occhi, cieli stellati da macchie di noia.
Il tuo cuore batte, i polmoni respirano:
il mio cuore vibra, i polmoni rubano aria ai tuoi,
sono sangue nel sanguinaccio, delirio nella follia:
e aspiro ad esser morte nella malattia.


vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 16:47
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domenica, 05 aprile 2009
A pill to make you dumb (spero di morire stupido) commenti
Piove mentre brucio la mia sagoma contro il sole, in quest'alba nuova muoio, e mi ritrovo a sperare di diventare anche stupido, mentre le pillole che quest'effetto dovrebbero sortire si bagnano, si impregnano, sudano, vengono, si sciolgono, si accumulano, si disfano sotto l'acqua salata delle mie nuvole, gli occhi. Aprite gli ombrelli, non è la pioggia sottile di Bologna, tanto sottile da bagnarmi il cuore; è solo pioggia isterica che si asciugherà quando il sole mi avrà ucciso.

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domenica, 15 marzo 2009
Calendario - 15 marzo commenti (2)
Si viene svegliati da aghi di sole nel legno bucato della finestra, rimpianti voraci sbranano gli occhi, anche questa giornata farà schifo. Schifo che poi è sensazione d'estasi, e allungando la mano si nascondono i raggi pungenti per non farsi schifo quando girandosi dall'altra parte ci si troverà faccia a faccia con lo specchio. Fatate le voglie del mattino, avvolte da finti ritrarsi, ed è presto estasi quell'essere porci fino a fare schifo.

vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 21:50
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venerdì, 06 marzo 2009
Diario della fine: Mare Martinis commenti
Schegge sono i suoi occhi, di vetro schegge, che ferocemente si accalcano tra i pori della pelle per riempirli. Della pelle di chiunque; l'odio nasce irrazionalmente per poi razionalizzarsi in cluster, diventando parte della personalità. Era l'odio la cosa più forte che avesse mai provato. Da quando aveva realizzato la natura di quel suo sentimento, si sentiva come una dama in ampie gonnelle nere, tra sguardi invidiosi di signore bramanti il suo potere, mentre versava del veleno nel vino della nemica di turno. Era la regina di questo mondo orrendo, l'unica in grado di vederlo per com'era, cioè un mondo di merda. Quando sorseggiava il suo drink, lui lasciava colare dagli occhi cianuro in polvere, granelli di addio si spargevano in aria contaminando esistenze mediocri.
Finché un giorno fu sorpreso nel realizzare un nuovo sentimento. L'insieme di pensieri sottesi (avvinghiati all'odio, nidificati come tag html che poi si chiudono insieme in sequenze alternate d'apici concavi e convessi) prese il nome di disincanto e si dipanò nella sua immensa mareggiata davanti agli occhi increduli del ragazzo di Sodoma. Come la luna il mare, quello specchio d'acqua distorto diresse le sue palpebre ondeggiandole per qualche secondo. Poi le chiuse in un'espressione triste. Dietro quell'odio, dietro quella felice crisi si celavano chilometri di malinconia, immense giornate di rimossi malumori e un futuro vuoto e quasi infinito che nulla avrebbe aggiunto se non ore e minuti.
Era quasi lo stesso sentimento ma in un'emozione opposta. Con gli occhi colmi di rassegnazione, restò lì a oscillare tra questa e il cinismo, volendo scegliere il secondo per spirito di autoconservazione e la prima per principio (era contrario a pensare l'uomo come un animale che risponde a logiche di autoconservazione). Dopo un'attenta analisi macchiata d'ansia nel petto, si rese conto che la rassegnazione poteva andar bene solo se coronata da un gesto tanto folle quanto lucido. Ordinando un martini, decise di darsi del tempo.
E intanto, continuò ad osservare.

Quel mare che era davanti a lui rifletteva anni come stelle spente. Ogni onda un neurone consapevole. Si sentì annegare e decise, per il momento, di farlo nel martini bianco.


vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 16:40
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lunedì, 02 marzo 2009
Fine giornata commenti (1)
Aghi storti le strade
tossine le giornate
veleni le ore
e vomitiamo dagli occhi il nostro cancro al cuore.


vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 20:55
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mercoledì, 25 febbraio 2009
Diario della fine: Burro sciolto commenti
Erano giorni che il suo ego brioso tentava di venir fuori: in questa sua vita al contrario (attendeva la morte come fosse un conto alla rovescia) poteva mettere un poco d'estro / o battute maldestre, ma bisognava che ne imparasse l'arte. Anche quella, sì, sarebbe stata un'arte: un inventarsi identità, un costruire sulle onde, un dannare burro per condannarlo a non sciogliersi. Sentì, dunque, di non doversi lamentare per ciò che era appena accaduto (lo avevano bocciato all'esame di Critica della pigmentazione del manto dei cerbiatti Modulo B, ma era andato a farlo giusto per non averne lo scrupolo), e di prenderla a ridere.
A ridere. Lui. Lui che non aveva più voglia di ridere. Ridere che non serviva più a lui. Oui. Ridere. R (polivibrante) I (vocale alta anteriore non arrotondata) D (occlusiva dentale sonora) E (vocale centrale media non arrotondata) R (polivibrante, ma per un vezzo stilistico pronunciamola monovibrante) E (vocale indistinta). Quand'ebbe finito di ripetersi tutta l'analisi fonetica a mente scoppiò a ridere. Ma non era questo che lui voleva. Non voleva certo ridere così, a cazzo di cane, senza una spinta reale. Anzi, lui non voleva ridere. Soluzione al dilemma (ridere o non ridere): lui non voleva ridere! Lui voleva che gli altri ridessero. Lui voleva che ridessero perché lo trovavano divertente. Per una volta, divertente: non ridicolo. Così fermò un collega allungando il braccio e per un attimo ricordò l'ultima volta che si era masturbato, lo sperma che gli si era appiccicato al maglione che oggi indossava. Mi ha chiesto qualcosa sulla lunghezza del pelo ma non ho risposto... però non mi ha bocciato per questo; è che le ho detto che una domanda sul pelo fatta da una donna tanto pelosa suonava ridicola e che era per questo che non riuscivo a rispondere!

Il silenzio di chi non ha bisogno di pianificare sé stesso.

Poco importava: dacché mai aveva avuto intenzione di ridere, raccolse le sue cose dicendosi che se costui non aveva apprezzato, evidentemente non ne era in grado. Andò al bar, ordinò un tè e riprese a contare i secondi che potevano mancare alla fine se, per esempio, alle 18 e zerosei un autobus lo avesse investito mentre attraversava le strisce pedonali. Perché sono un maschio? Si domandò. Perché chi mi ha inventato ha partorito un uomo che ama la sodomia? C'è così poca fantasia negli scrittori? Ah no no. Questo è un diario. Lo scrivo io. Ma allora perché è in terza persona? E perse il conto. E rendendosi conto di stare annoiando i lettori si fermò. (Contemplando il cameriere, il cui didietro sembrava muovere caldamente le labbra dell'ano per dire: fottimi).


vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 15:46
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domenica, 22 febbraio 2009
commenti
Dell'acqua amo l'inconsistenza
fredda come tutti, familiare come nessuno.
Di me odio l'esistenza;
calda e fastidiosa come il sole di ferragosto
che sfregia deserti urbani.
Ci si compiace del proprio proseguire
solo quando ci si ferma a pensare;
ordino alle mani normalità
non farsi mai notare nella folla, non farsi catturare dalla mediocrità
solo deglutire:
vorrei volare come un ruscello sulle pietre,
freddo come tutti, inconsistente come tutti.
Ma i miei voli sono brevi, i miei scali frequenti.
Vorrei non perdermi in acque altrui.


vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 14:59
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mercoledì, 11 febbraio 2009
La mente commenti
Spirale d'aria e sangue
brezza che uccide
senza uscita, senza sosta
grigio carcere l'esistenza, bastano pochi anni ad ammazzare gli anni che verranno.


vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 21:54
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sabato, 24 gennaio 2009
Diario della fine: Abulico poetare commenti (1)
Sedeva sul letto, come su un trono di legno, facilmente annientabile. E se si sforzava poteva vederne le nere bruciature, ma non si sforzava, quindi non le poteva vedere. Infantile sillogismo. Anche lui era così: infantili sillogismi, sempre dettati da malumori di giornata, e quel giorno non faceva eccezione. Con mesta rassegnazione (rassegnazione: patologia mentale) afferrò gli edfons e se li infilò, vestendo le orecchie di finestre chiuse, danti su un mondo finto dal quale avrebbe voluto fuggire, ma che restava il suo unico asilo. Guardò nella webcam ricordando giorni di deliranti erotismi, quando qualcuno ancora desiderava vederne le fattezze più nascoste, ma ora nulla, nessun desiderio si faceva strada nel suo scroto, solo un abulico fissare, presto poetare, un suicidio dei sensi. Ticchettava con quelle dita malefiche, sebbene lo scrivere mal si adattava a quel fissare senza mettere a fuoco, quella debolezza dello sguardo, quel non riuscire a resuscitare. Eppure voleva sconfiggere almeno quella noia, almeno quel nulla momentaneo, non dico l'ormai tragico malanno, non certo il secolare malessere che quasi lo crocifiggeva a quel muro contro cui sedeva, sul letto. Così ignorò l'assenza di voglia, e afferrò quel deodorante che giaceva sul comodino accanto. Prese la scatola di profilattici ormai inutile, destinata a scadere, e coperto quel metallico dosatore, tentò infilarselo nel culo, mentre sulle ginocchia ancora teneva il laptop nemico della redenzione. Finì per venire, il povero depresso, venne abbondante liberando spermi densamente appiccicosi, bianchi come crema di latte, venne fingendo di masturbarsi, venne di masturbazione compulsiva, di malvagio desiderio autoindotto, venne di noia. Tutto in lui era fine: tutto, davanti a quegli occhi abulici dalla lacrimazione inesistente, si riduceva a un'assenza, a una condizione in cui qualcosa di esistente o esistito o addirittura presente semplicemente mancava.
Cosa suonavano intanto quelle cuffie? Urla immaginerete, invece suonavano una vecchia canzone della Vanoni. Ebbe voglia di vomitare, lo sentiva all'altezza della faringe, sentiva acidi gastrici bramare la fuga, tritando pasti inebetiti e resi disgustosi da umani processi chimici. Ma non lo fece. In onore della sua autodistruttiva abulia, decise di tenersi il vomito tra la bocca e lo stomaco, in bilico, continuando a scrivere senza mettere a fuoco. (Questa scrittura priva di brio, anch'essa è fine: dove fine è sostantivo, delirio, mancanza di lucidità, vomito perfetto.)


vomitato da e-bow mentre la campana rintoccava le 19:03
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lunedì, 05 gennaio 2009
(seni) commenti
Piccoli fili neri sbattono,
libere le loro punte
ma fermati alla base da nodi sottili.
Celano lo specchiarsi di ritorni improvvisi:
ricordi al glucosio.

I miei occhi sono piccoli seni da palpare e succhiare
con quei polpastrelli
che zuccherandosi ti toccavano.

Forse amo le piccole malinconie,
amo palpare erogeni bulbi oculari,
amo specchiare ogni tanto ricordi
nei miei minuscoli seni nascosti.


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giovedì, 01 gennaio 2009
Rugiada commenti
Generalmente, vivo in una stanza addobbata di connessioni neuronali. Come palline sull'albero, tramite aghi immaginari si reggono, si guardano, brillano, mi illuminano. Generalmente, non la lascio con facilità. Talvolta mi rendo conto di estraniarmi. Ho una famiglia numerosa, e spesso quando sono tutti a fare baccano nell'altra stanza io sto danzando immobile, studiando incantevoli modi di deglutire con disperata grazia lo spleen. Potrei indicare un miliardo di crepe invisibili... eppure, tutte cerco di riempirle di cecità, in modo che questa baracca continui a reggere. E regge luccicante. Lo stucco è bellissimo. Sono cemento morbido da spalmare sul pane, acidi dolci da shakerare, sale grosso dal sapore del miele. Io sono la carta d'identità stropicciata.
La notte di Capodanno è stata un viaggio. Palle di Natale spente, aghi seccati di conifere sempreverdi, spleen mistificati in simpatiche boccette di alcol da frantumare sotto i denti affamati di evasione. L'autostrada era un fiume in secca nel quale scorrere come alieni umani di bradburiana memoria.
Seduto in un tavolo assumevo pose. Mi chiedevo se non mi fossi solo traslato in un posto più rumoroso... Ma a volte abbiamo bisogno di rumore perché la testa faccia silenzio. È festoso allearsi con gli amici per erigere obelischi all'oblio, in fondo il divertimento non è che una funerea danza. Funerea, e funesta, e la compiamo.
Un'alleanza per deglutire lo spleen, con disperata grazia.
(L'alcol distilla malesseri trasformandoli in rugiada. E noi siamo i fiori. Sudiamo questi chiari umori primaverili, accarezzandoli come silicone il chirurgo.)


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